Donatella Cinelli Colombini: l’intervista

Donatella Cinelli Colombini

Settima pagina della rubrica “inCantina intervista”: l’ospite è Donatella Cinelli Colombini, proprietaria di “Casato Prime Donne” e “Fattoria del Colle”

Questo settimo appuntamento con la rubrica “inCantina intervista” ha come protagonista Donatella Cinelli Colombini, proprietaria delle aziende Casato Prime Donnedi Montalcino (SI) e Fattoria del Colle di Trequanda (SI), in Toscana. Per noi di inCantina è stato un onore immenso avere la possibilità di scambiare “quattro chiacchiere” con colei che, a tutti gli effetti, è l’ideatrice di “Cantine Aperte” e che ha quindi permesso la nascita dell’enoturismo in Italia per come lo conosciamo oggi.
Preferiamo non aggiungere altro così da non rischiare di anticipare temi e argomenti che sono stati affrontati nel corso dell’intervista con Donatella Cinelli Colombini.
Buona lettura.

Donatella Cinelli Colombini: dott.ssa in Storia dell’arte medioevale, produttrice di vino, Assessore al turismo di Siena, presidente del Consorzio del vino Orcia e dell’Associazione Nazionale delle Donne del Vino. Questo solo per citare alcune delle tante attività e ruoli che ha svolto e/o che svolge tuttora. Le andrebbe di raccontare ai quei pochissimi che non la conoscono qual è stato l’interessante, impegnativo e variegato percorso che l’ha portata ad arrivare fin dove si trova oggi?
Sicuramente le attività che faccio mi piacciono e il fatto che siano diverse fra loro, secondo me, è un vantaggio. Mi porta più avanti. Immagino che sia così per tutti. Studiare storia dell’arte mi ha insegnato un metodo di lavoro e di verifica delle informazioni che poi ho usato nel costruire la mia azienda. Se oggi esportiamo in 44 Paesi esteri è anche grazie al sistema di archiviazione dei contatti che avevo imparato catalogando le informazioni che servono per datare e trovare l’autore di un dipinto. Va anche detto che fare l’assessore al turismo nella città gotica più importante del mondo, oppure promuovere il turismo del vino e veder passare il numero delle cantine turistiche da 25 a 25.000, in 30 anni, è bellissimo.

Quella della sua famiglia (sia materna che paterna) è una storia antica e importante, lunga più di sei secoli. Sarebbe bello se potesse riassumerla brevemente per noi, conducendoci così per mano in un viaggio nel tempo, quantomeno con l’immaginazione.
C’è una data molto significativa in questa storia, 1592. Quell’anno i miei antenati Socini costruirono la Fattoria del Colle a Trequanda (provincia di Siena; N.d.R.) e i miei antenati Tamanti lasciarono il primo documento che li legava al Casato di Montalcino. I primi persero la fattoria del Colle quasi subito perché erano protestanti e fu il mio bisnonno Livio a ricomprarla, quasi per caso dopo 4 secoli. Invece la proprietà di Montalcino è sempre rimasta in famiglia e nell’ultimo secolo è andata di madre in figlia: era di mia nonna Giuliana Tamanti, poi di mia madre Francesca Colombini e in futuro sarà di mia figlia Violante.

 

Donatella Cinelli Colombini e Violante Gardini Cinelli Colombini “La proprietà di Montalcino è sempre rimasta in famiglia e nell’ultimo secolo è andata di madre in figlia: era di mia nonna Giuliana Tamanti, poi di mia madre Francesca Colombini e in futuro sarà di mia figlia Violante.
(Donatella Cinelli Colombini, estratto dall’intervista)
 


Nella foto a sinistra: Donatella Cinelli Colombini e Violante Gardini Cinelli Colombini (click per ingrandire)


Nel corso delle varie generazioni che la hanno preceduta, che ruolo e importanza hanno avuto la vitivinicoltura e il vino per la sua famiglia?
E’ difficile dirlo, i miei antenati facevano anche altre cose. I Socini del XVI secolo sono citati nei libri di filosofia per le loro convinzioni religiose, in tempi più recenti hanno avuto due sindaci di Siena. Nel ramo montalcinese invece ho un Beato – Giovanni Colombini (1304-1367) e in epoca recente il Rettore dell’Università di Modena. Il primo ad occuparsi di vino a tempo pieno fu mio nonno Giovanni Colombini.

Le faccio una domanda che mi piace spesso porre agli intervistati che, come lei, hanno alle spalle un retaggio familiare molto antico e al tempo stesso ben documentato: cosa avverte maggiormente, il senso di responsabilità nei confronti di una storia così longeva e continuativa oppure l’orgoglio di appartenere a una famiglia legata in maniera così antica e profonda al Territorio?
Credo che discendere da personaggi di grande talento sia stimolante, spinge a impegnarsi al massimo. Tuttavia è anche un vincolo: prima di vendere un bene che appartiene alla famiglia da oltre 400 anni bisogna fare di tutto per valorizzarlo.

A proposito di Territorio, un’espressione che va molto di moda nell’ultimo periodo è “vini che rappresentano/raccontano il territorio”. In che modo, secondo lei, si deve operare (in vigna, in cantina, in post-produzione, ecc.) affinché una bottiglia sia davvero espressione del territorio dal quale nasce? E come si fa, secondo lei, a veicolare questo concetto fino al consumatore meno esperto ma pur sempre amante del vino?
Ovviamente ci vuole una terra con grande vocazione alla viticultura altrimenti è impossibile. Per creare grandi vini territoriali bisogna impegnarsi per rendere vivo il suolo e avere vigneti in piena salute. Il protocollo BIO va bene ma non basta. Avere viti capaci di reagire da sole al clima impazzito che abbiamo ora significa lavorare tanto e spendere tanto. Poi è determinante scegliere il giorno esatto della vendemmia evitando la surmaturazione dell’uva. Basta! In cantina bisogna fare il meno possibile, essere solo custodi dei doni della natura, perché i grandi vini esprimono la loro personalità solo se sono trattati con rispetto.

Si sente sempre più spesso parlare di vino, viticultura e/o enologia di qualità; concetti che vengono sottolineati come se la qualità fosse un optional, da scegliere o meno in base alle proprie possibilità, anziché un punto di partenza imprescindibile quanto sottointeso (come dovrebbe invece essere). Qual è il suo concetto di qualità, al di là degli arcinoti fattori come “riduzione delle rese”, “vendemmia manuale”, “selezione dei grappoli”, “controllo delle temperature”, “pulizia in cantina”, ecc.
La qualità è un pre requisito. Il vino deve essere molto buono ma per diventare un grande vino deve dare emozioni e contenere un messaggio distintivo. E’ così per la pittura, la musica … per qualunque espressione della civiltà umana. Solo che il nostro artista è la terra e il clima, noi produttori dobbiamo comportarci come interpreti esattamente come fa un direttore d’orchestra suonando Beethoven.

 

Donatella Cinelli Colombini in vigna In cantina bisogna fare il meno possibile, essere solo custodi dei doni della natura, perché i grandi vini esprimono la loro personalità solo se sono trattati con rispetto.
La qualità è un pre requisito. Il vino deve essere molto buono ma per diventare un grande vino deve dare emozioni e contenere un messaggio distintivo.”
(Donatella Cinelli Colombini, estratto dall’intervista)
 


Nella foto a sinistra: Donatella Cinelli Colombini in vigna (click per ingrandire)


Questa riposta mi riporta alla mente alcune parole di Paolo Lauciani, grandissimo sommelier che ho avuto la fortuna di avere come docente per oltre tre anni ai corsi che ho frequentato; lui ama spesso usare una metafora che reputo molto efficace e suggestiva: il vino è il risultato della fusione tra uno spartito (il territorio), gli strumenti (le uve) e l’uomo (inteso come essere umano) che se non fosse in grado di leggere lo spartito, e al tempo stesso suonare gli strumenti, non potrebbe mai dar vita a una grande musica (il vino). Reputa anche lei che sia così?
Si è esattamente quello che deve avvenire

inCantina, il nostro portale web, si occupa di promuovere l’enoturismo in ogni sua forma e quindi, per me che sono un appassionato enoturista, avere la possibilità di intervistare Donatella Cinelli Colombini rappresenta la coronazione di un sogno, senza esagerazioni. Questo perché, lo dico a beneficio di quei pochissimi che non lo sapessero, nel 1993 lei fondò il “Movimento Turismo del Vino” (MTV)… Sarebbe così gentile da raccontarci come andò, come nacque e si concretizzò quell’idea? Com’era la situazione delle Cantine in quel periodo, sia dal punto di vista enologico che da quello ricettivo?
Sapevamo, da un’indagine fatta con l’aiuto dell’Università Bocconi, che l’unico strumento capace di far crescere l’enoturismo era il passaparola – internet non c’era ancora – e quindi bisognava portare in cantina il primo anello della catena bocca-orecchio. Per questo inventai la giornata Cantine Aperte, convincendo 100 amici produttori toscani ad aprire contemporaneamente le loro aziende domenica 9 maggio 1993. Questa data segna l’inizio del turismo del vino in Italia. Oggi abbiamo 15 milioni di visite e 2 miliardi di business. Interi territori hanno un volto diverso grazie all’enoturismo. Ne sono molto orgogliosa.

E noi tutti enoturisti le siamo grati e riconoscenti.
Il livello qualitativo e quantitativo raggiunto oggi dall’enoturismo in Italia è secondo lei soddisfacente o pensa che si possa/debba fare di meglio/di più? Nel secondo caso, dove sarebbero le lacune: nella comunicazione, nelle strutture ricettive, nell’organizzazione…?
Le visite proposte dalle cantine sono troppo simili, bisogna che i produttori riescano a trasformale le loro specificità in esperienze partecipate altrimenti rischiano di venire a noia, di non interessare più.

Lei era una enoturista all’epoca? Riusciva a trovare, tra i suoi molteplici impegni, il tempo per visitare di tanto in tanto qualche azienda vitivinicola? E oggi trova il modo di far visita a qualche suo collega produttore/produttrice?
Certo, ho sempre visitato tante cantine in tutto il mondo e ho sempre imparato tanto.

A proposito di enoturismo, come gestite l’attività ricettiva e come è strutturato il servizio di accoglienza dei visitatori nelle due aziende di Trequanda (“Fattoria del Colle”) e Montalcino (“Casato Prime Donne”)?
La Fattoria del Colle è quasi un piccolo borgo dove ci sono camere, appartamenti e ville per un totale di 104 posti letto. Abbiamo un ristorante, una sala per banchetti, la scuola di cucina e la zona per il benessere naturale. All’esterno ci sono 3 piscine e 5 parchi.
Le cantine della Fattoria del Colle e del Casato Prime Donne sono aperte al pubblico e propongono 5 esperienze diverse ciascuna. A Montalcino quella più curiosa è una visita con degustazione itinerante durante la quale ci sono 4 musiche scelte da un sommelier musicista specificamente per ciascun vino. Alla Fattoria del Colle invece c’è una sala che insegna ad ascoltare le vigne ed è possibile diventare “enologi per un giorno” e creare il proprio Supertuscan.

 

 

Cosa si deve aspettare chi viene a trovarvi in azienda per partecipare a una visita con degustazione o a un evento appositamente organizzato?
Un’esperienza diversa da tutte le altre. Deve imparare qualcosa in modo molto divertente.

Mi può spiegare il concetto di “ospitalità” e di “condivisione” secondo Donatella Cinelli Colombini?
I turisti che soggiornano alla Fattoria del Colle devono avere l’impressione di essere a casa dei “nonni toscani”, una situazione intima e vera che li riporta indietro nel tempo e li immerge nella civiltà locale. Per questo ho dato via gli arredi industriali e ho comprato mobili di piccolo antiquariato. Anche il cibo deve far parte della civiltà locale. A questo fine abbiamo un orto con essenze toscane e il maitre spiega la storia dei piatti. Mangiare un condito con gli ortaggi appena colti significa condividere una storia centenaria

La Toscana, la sua regione, è oggettivamente la regina indiscussa dell’enoturismo italiano (per qualità, quantità e varietà dell’offerta) e, per citare una metafora sportiva che uso spesso, gioca indubbiamente un campionato a parte. Quali sono stati, secondo lei, i fattori che hanno portato nel tempo a questo innegabile ed evidente primato?
Non è merito nostro. La Toscana ha una densità di piccole città d’arte senza eguali nel mondo. I Medici con il loro mecenatismo, hanno davvero riempito la Toscana di capolavori. Poi lo spopolamento delle campagne mezzo secolo fa e la mancata industrializzazione di vastissime aree, hanno creato le condizioni per una riconversione turistica all’interno di paesaggi mozzafiato.

A tal proposito, qual è secondo lei il rapporto tra gli investimenti che gli imprenditori (italiani e stranieri) hanno fatto in Toscana negli ultimi decenni e l’importante crescita dell’enoturismo nella sua regione nello stesso periodo? Uno dei due fattori ha fatto da traino all’altro o sono due componenti che hanno contribuito in egual misura a raggiungere il risultato, supportandosi vicendevolmente l’uno l’altro?
Non condivido il suo entusiasmo, il turismo è cresciuto troppo nelle campagne toscane. Non vorrei mettere un freno agli investimenti bensì al numero dei turisti.

Ci sono poi altre regioni molto attive in tal senso come il Veneto, il Friuli Venezia Giulia (quasi tutto), Il Trentino Alto Adige, il Piemonte (soprattutto le Langhe, l’Astigiano e il Monferrato), la Lombardia (Franciacorta e Oltrepò Pavese su tutte) e l’Abruzzo. Molte altre, partite un po’in ritardo, si stanno organizzando sempre meglio (Umbria, Marche, Campania, Puglia) e poi ci sono le zone emergenti come l’Etna, che negli ultimi anni si è ritrovata (con merito) sotto i riflettori attirando l’attenzione di investitori, imprenditori-produttori ed enoturisti. Le rimanenti faticano a emergere, anche solo in superficie, rimanendo spesso nell’anonimato (mi riferisco per esempio alla mia regione, il Lazio), eppure avrebbero anch’esse il potenziale necessario per garantire un’offerta enoturistica interessante. Quali sono, secondo lei, i passi che queste realtà dovrebbero intraprendere per invertire la tendenza? Quale ruolo dovrebbero avere, in tal senso, gli enti locali, le Strade del Vino (ammesso che ce ne siano), i Consorzi di Tutela e/o le associazioni di Produttori?
Non esiste una regola adatta per tutti ma certo la salvaguardia dell’edilizia antica e dell’integrità del paesaggio siano di punti di partenza. La campagna laziale ha un potenziale enorme, basta pensare ai resti romani che affiorano ovunque, gli ortaggi, la cucina e soprattutto i vini che sono strepitosi

Chi dovrebbe avere il ruolo di “iniziatore” e protagonista dell’opera di valorizzazione e promozione del potenziale di cui accennava? I Consorzi di tutela, gli Enti Locali, le Strade del Vino o le Associazioni dei Produttori? In alcune regioni queste realtà sono molto attive, in altre totalmente assenti…
In materia turistica e agricola il timone è in mano all’amministrazione regionale quindi sono gli assessori a dover tracciare la rotta organizzando B2B e partecipazione a fiere, promuovendo press tour e incoming di operatori, facendo comunicazione e incentivando investimenti….

Casato Prime Donne è una cantina gestita interamente da donne e lei per tanti anni è stata Presidente dell’Associazione Nazionale delle Donne del Vino. Ci racconta qualcosa in merito? Quali sono le finalità e il modo di operare dell’associazione?
La mia cantina è la prima in Italia con un organico di sole donne, una specie di bandiera per l’enologia femminile. L’Associazione Donne del Vino promuove la cultura del vino e il ruolo delle donne. Attualmente nelle cantine italiane le donne sono il 14% nel settore produttivo, 80% degli addetti al marketing e alla comunicazione, il 51% dell’ufficio commerciale e il 75% di chi si occupa di turismo

 

Donatella Cinelli Colombini e il suo staff “La mia cantina è la prima in Italia con un organico di sole donne, una specie di bandiera per l’enologia femminile.
(Donatella Cinelli Colombini, estratto dall’intervista)
 


Nella foto a sinistra: Donatella Cinelli Colombini e il suo staff (click per ingrandire)

 

Rimanendo in tema: negli ultimi anni, ho avuto la possibilità e la fortuna di visitare circa centocinquanta cantine, sparse in tutta Italia, e ho conosciuto tantissime donne protagoniste delle rispettive attività direzionali, ricettive, comunicative, amministrative, commerciali, enologiche e, anche se in minor parte, agronomiche. La considero una cosa naturale, che non dovrebbe attirare attenzioni particolari e invece sembra che ci sia ancora tanto bisogno di sottolineare e portare all’attenzione il ruolo fondamentale delle donne nel settore vitivinicolo italiano? Perché, secondo lei? Dove si è sbagliato e/o che si continua a sbagliare?
La produzione del vino ha 12.000 anni ed è sempre stato un comparto maschile. Pian piano le donne cominciano a ritagliarsi uno spazio ma tutt’ora guadagnano meno degli uomini ed hanno prospettive di carriera inferiori. Benché il 28% delle cantine siano dirette da donne, nei consigli dei Consorzi di tutela, che sono le vere cabine di regia delle denominazioni, le donne sono circa il 10%.

Secondo lei, ci sono i presupposti affinché nell’immediato futuro la situazione cambi significativamente o dobbiamo attendere un completo ricambio generazionale per vedere risultati davvero rilevanti?
Siamo già a buon punto e ogni anno vediamo migliorare la situazione. Le cantine più importanti della Toscana, Tenuta San Guido e Masseto, hanno enologhe donne.

Al netto di quelle da lei prodotte, quali sono le tipologie di vino che più preferisce? Che bottiglie acquista e dove (enoteca, grande distribuzione, online, direttamente dal produttore…)?
Compriamo soprattutto online. Mio marito Carlo è un amante dell’e-commerce del vino ed è attratto da tutto quello che non conosce per questo compra anche vini di zone improbabili che, qualche volta, sono davvero cattivi. Poi compriamo i vini durante la visita delle cantine e molte bottiglie arrivano in regalo. A casa non beviamo mai i nostri vini, ci piace assaggiare cose diverse. Non ho una tipologia preferita. Lo scorso maggio sono stata nella Côtes du Rhône e ho capito quanto è difficile produrre un grande Syrah, ma quello di Jean Louis Chave è sublime. La stessa cosa mi è successa in Piemonte quando mi sono innamorata del Timorasso e l’anno scorso nella Ribera del Duero dove i vini di Pingus mi hanno fatto letteralmente impazzire.

Qual è il vitigno preferito dalla Donatella Cinelli Colombini Produttrice e quale invece quello dell’appassionata di vino?
Come produttrice adoro il Sangiovese, è un vitigno magico. Come appassionata amo il Pinot Noir

Una mia curiosità personale: tra quelli prodotti in Italia, c’è un Pinot Nero che le piace in maniera particolare? Se sì, perché?
Fra i vini italiani ho preferenze diverse, per esempio adoro il “Turriga” degli Argiolas (IGT Isola dei Nuraghi Rosso a base Cannonau e altri autoctoni della Sardegna; N.d.R.) e “Titolo” di Elena Fucci (Aglianico del Vulture; N.d.R.); mi piace moltissimo il Barbaresco di Gaja ma preferisco berlo dopo qualche anno, mi piacciono anche gli spumanti come il Giulio Ferrari – Riserva del fondatore

La ringrazio tanto per la sua disponibilità e cortesia e la saluto con un’ultima domanda, di quelle un po’ antipatiche alle quali non si risponde mai con facilità: attualmente le sue aziende producono circa una quindicina di etichette, ci dice qual è la sua preferita e perché? Non vale indicarne più di una…
Non è il mio vino migliore ma è quello che amo di più: Cenerentola DOC Orcia. Perché è una sfida. Portare al successo un Brunello è relativamente facile ma far emergere un vino fatto con due uve autoctone di cui una quasi estinta (il Foglia Tonda; N.d.R.) e in una denominazione giovane e poco conosciuta … questo è difficile come trasformare Cenerentola in principessa. Ma ci sono riuscita!

 

Orcia DOC "Cenerentola" “[…] far emergere un vino fatto con due uve autoctone di cui una quasi estinta (il Foglia Tonda; N.d.R.) in una denominazione giovane e poco conosciuta è difficile come trasformare Cenerentola in principessa. Ma ci sono riuscita!
(Donatella Cinelli Colombini, estratto dall’intervista)
 


Nella foto a sinistra: Orcia DOC “Cenerentola” (click per ingrandire)

Chiudiamo questa intervista ringraziando di cuore Donatella Cinelli Colombini per il tempo dedicatoci e per averci raccontato qualcosa sulla sua vita, la sua realtà, il suo lavoro e il suo territorio ma anche per aver condiviso con noi alcuni aspetti ed episodi strettamente personali.
Siamo felici di aver avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con la persona verso la quale tutti noi enoturisti proviamo un grande sentimento di riconoscenza, stima e affetto.


 

La riproduzione, anche parziale, di questo testo è vietata.
Questa intervista è stata realizzata da inCantina che ha ricevuto l’autorizzazione a pubblicarla, esattamente così come riportata nell’articolo, direttamente da Donatella Cinelli Colombini, proprietaria delle Aziende “Casato Prime Donne” di Montalcino (SI) e “Fattoria del Colle” di Trequanda (SI).
Tutte le foto presenti in questo articolo sono state pubblicate su concessione di Donatella Cinelli Colombini.

 


 

Per maggiori dettagli sul lavoro svolto da Donatella Cinelli Colombini nelle sue aziende e su quanto ci ha raccontato in questa intervista:
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